UN LUOGO PER UN ALTRO TEMPO

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Blogger: soprana
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Da adolescente sognavo di evadere da Trabia, bianco paese adagiato ai piedi del Monte Cameccia, proteso sul mare . Da adulto sogno di ritornarci. Però sono innamorato di Viareggio, bella città di mare.Difficile capirci.

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martedì, 24 giugno 2008

UN CAMPO DI CALCIO, I GIOVANI DISORIENTATI




Trabia è una cittadina di quasi 9.000 abitanti. Sorge su un luogo molto avvantaggiato per la frequenza dei propri giovani alle scuole superiori di Termini, Bagheria e Palermo e alle relative palestre. Lodevolmente è stato costruito un bel palazzetto dello sport, dove ci si può allenare e fare diversi sport. Mi risulta che è usato intensamente da una valorosa squadra di volley femminile. Io stesso ho vi assistito un giorno ad una avvincente partita, in cui la mia brava nipote, Francesca, ha fatto un figurone. Ci sono le condizioni insomma per la creazione di associazioni sportive e per fare sviluppare tra i giovani una forte propensione alla pratica sportiva. Non riesco a capire perché il campo di calcio, costruito con tutti i requisiti richiesti dalle autorità sportive, da diversi anni è abbandonato a se stesso, non è frequentato, non vi si svolgono tornei giovanili, i manufatti sono in decadenza. Di tanto in tanto un manipolo spontaneo di ragazzini ci va a tirare quattro calci su un fondo ormai degradato e non certo agevole; le sbucciature dei ginocchi non si contano. Se non ricordo male qualcuno da qualche parte ci ha tirato fuori un suo orticello. Ma posso sbagliarmi.


In questo blog una Signora ha lamentato civilmente questa grave trascuratezza e si è rivolta agli amministratori comunali. Credo che non abbia avuto alcuna risposta. Non mi meraviglia. L'estensore di queste modeste note tante volte ha sollevato problemi molto seri per Trabia: evidentemente il palazzo comunale è una fortezza impenetrabile. Nel caso del campo sportivo in malora non tutte le colpe sono degli amministratori. Se nessuno reclama un campo curato ed efficiente, fatalmente il problema finisce per scomparire dall'agenda dell'assessore allo sport. Mi domando: come è possibile che i giovani trabiesi si disinteressino di uno sport, il calcio, che può dare sapore e senso ai loro verdi anni? Non esistono a Trabia associazioni, sodalizi, squadre, gruppi giovanili per invocare e pretendere la disponibilità di una struttura sportiva, in piena efficienza? I paragoni sono sempre antipatici.


Non vorrei fare la figura dell'emigrante viddanu arrinisciutu che vanta i pregi del luogo dove è costretto a vivere, a nevrotico contrappeso di una perdita che brucia. Pregi e difetti sono dovunque. Qualche volta però il confronto può essere utile. Viareggio è, diciamo, cinque volte più grande per abitanti rispetto a Trabia. Una piccola città. Dispone di una quindicina di campi scuola per il calcio, oltre allo stadio per 6-7.000 spettatori e a diversi impianti per altri sport. . Fin dai 7-8 anni i bambini (certo, non credo tutti) vengono iscritti ad una società e consegnati (per dire) alle cure di istruttori. Per tutta l'infanzia e l'adolescenza continuano a frequentare i campi di calcio partecipando ai regolamentari tornei organizzati dalle federazioni. Per esempio: da questi campi è uscito Marcello Lippi, il commissario tecnico della Nazionale campione del mondo.


Per quanto riguarda Trabia le cose non sono semplici, me ne rendo conto. Neanche si può dire che le colpe siano tutte dei giovani. E' una situazione figlia di un ambiente che non riesce a scostarsi dall'inerzia per tradurre in comportamenti la consapevolezza, che pure possiede per l'alto indice di scolarizzazione oltre l'obbligo di legge, dei propri diritti e doveri. Sappiamo che le cause sono un ginepraio di fattori storici, ambientali, di costume, di mentalità, compresa la complicità di un clima (atmosferico) che spinge alla rilassatezza. Non è questa la sede per parlarne. Conosciamo gli effetti devastanti e paralizzanti di un simile stato di cose. Pensate come si sta distruggendo il paesaggio di Trabia, tra i più suggestivi della Sicilia, con l'attuale selvaggia e volgare speculazione edilizia o ai due invidiati castelli che stanno cadendo in rovina.


L'abbandono di un campo sportivo è un problema, tutto sommato, modesto, ma è la spia di una mancanza, di un vuoto che attanaglia la comunità trabiese. E' una delle prove visibili di una condizione giovanile smarrita, lasciata a se stessa, senza stimoli, senza autostima, senza interlocutori responsabili, preda di falsi miti creati da una società materialistica, su cui grava, per giunta, come un macigno la massa delle cause del sottosviluppo meridionalistico. Allora? Non c'è nulla da fare? No, c'è molto da fare, e si può fare. Tutto è nelle possibilità dell'uomo. Il campo sportivo si può ripristinare e si può riempire di giovani entusiasti. E' una questione di forte volontà di una comunità che deve darsi carico dell'educazione delle nuove generazioni. La famiglia, la scuola, le istituzioni pubbliche e private hanno questa basilare responsabilità.





IL CAMPO DI CALCIO ABBANDONATO, UNA LETTERA DEL SINDACO DI TRABIA





All’amico e concittadino Antonio Carollo va dato atto della Sua sensibilità,

attenzione e vicinanza ai problemi che interessano questa Comunità

cittadina.



Il tema che, questa volta, ha attenzionato, e cioè lo stato di dissesto e

degrado dell’area dove una volta sorgeva un Campo Sportivo utilizzato da una

squadra di calcio che partecipava ai campionati federali per dilettanti, è

meritevole di considerazione.



Va detto, subito, che la rievocazione storica ha grande significato e và

sottolineato che i fatti citati si riferiscono al passato: la storia,

purtroppo, a Trabia si è fermata nell’anno 1990; dopo di allora è subentrato

il silenzio, l’apatia, l’inerzia, l’indifferenza che, nonostante la

lubrificazione degli ingranaggi operata in questi tre ultimi anni con tutto

l’olio di oliva prodotto nel territorio comunale, non si è ancora riusciti a

superare.



Nella Relazione Sindacale di fine anno 2007 queste considerazioni vengono

più diffusamente esplicitate e ad esse si rimanda per una ulteriore,

approfondita riflessione.



All’epoca – tra il 1983 ed il 1990 – avevamo realizzato un Campo di calcio

con relativi spogliatoi, un Campo di tennis, una pista di pattinaggio e/o di

pallavolo-pallacanestro con separati spogliatoi, con il risultato di una

viva, attiva partecipazione giovanile in termini di attività agonistica,

sportiva ed associativa.



Poi, successivamente, col passare del tempo tutto si è bloccato ed è andato

in malora precipitando nell’oblio e nel dimenticatoio.



L’attuale Amministrazione, volendo sviluppare una politica in favore dei

giovani e dell’Associazionismo e ritenendo che la presenza di strutture sia

quanto mai essenziale, di ausilio al perseguimento di tali obiettivi, si è

mossa nel senso di predisporre un progetto generale di ristrutturazione

dell’intera area sportiva, prevedendo la realizzazione di un campo di calcio

e relativi spogliatoi, una piscina coperta attrezzata, un campo di tennis ed

un parcheggio a servizio della struttura.



In assenza di finanziamenti pubblici e non volendo sovraccaricare il Comune

di debiti, mediante contrazione di mutui con il “Credito Sportivo”, ci si

avvarrà anche in questo caso, come per i 750 loculi cimiteriali, in corso di

realizzazione, della procedura del project finance, in modo da garantire non

solo la realizzazione ma anche e soprattutto un’oculata gestione aperta ai

ragazzi ed ai giovani del paese.



L’adozione di tale procedura, permette, anche, la riduzione dei tempi di

realizzazione, come è dimostrabile con l’analoga esperienza in fase di

svolgimento, ed offre, finalmente, dopo tanti anni il recupero di un’area di

proprietà comunale che, oggi, versa in uno stato di totale abbandono.



Le note dell’Amico Antonio sono, sempre, puntuali, gradite ed utili; ma

sarebbe stato tanto meglio se Antonio, invece, di fare l’osservatore acuto

ed intelligente, da lontano, avesse partecipato, accettando l’invito ad una

collaborazione più diretta e ravvicinata.



Grazie Antonio per quello che pensi e che scrivi.



Con affettuosa, immutabile amicizia.

Totò Piazza




Dubito che un impegno diretto del sottoscritto nell'Amministrazione di Trabia avrebbe sortito un qualche effetto. Avrei avuto l'abilità, per fare un esempio, di convincere i consiglieri comunali ad occuparsi del piano regolatore e, quindi, della salvezza dalla cementificazione del territorio di Trabia, anziché dichiararsi “incompatibili” non attivandosi a rimuovere i presupposti di questa pretesa “incompatibilità”? Ben altre energie, che le mie, occorrerebbero per ribaltare una situazione incancrenita che marcia speditamente sul piano inclinato del progressivo assottigliamento di ogni chance di valorizzazione delle risorse ambientali, paesaggistiche, storico-culturali e di sviluppo di Trabia. La tristezza che ho colto nella relazione dell'anno 2007 per gli scivolamenti verso un insidioso stato di impoverimento dei trabiesi è la spia di un'ardua obiettiva difficoltà nella conduzione della cosa pubblica nel contesto di un ambiente così chiuso e refrattario ad ogni discorso che ponga al centro il futuro della comunità.


Ciò nonostante sarei felice di poter dare una mano se cause di forza maggiore non mi inchiodassero in un luogo così lontano da Trabia.


La vicenda del campo di calcio abbandonato e in degrado mi sembra sintomatica della della mancanza di fiducia della società trabiese verso se stessa. Non basta ricostruire quanto è stato realizzato vent'anni prima. Nel decennio trascorso la condizione giovanile si è ulteriormente deteriorata. Il solo intervento sulle infrastrutture di servizio non basta. La popolazione non ha la forza, né la voglia, di intraprendere un percorso di emancipazione civile. Troppo oscuro vede l'avvenire dei propri figli, troppo aleatorie le possibilità di riscatto da uno stato di. frustrazione e di avvilimento. Ogni visione di un domani le è preclusa. Il muro degli interessi particolari e dell'inadeguatezza della classe politica le appare insormontabile. A Palermo è andato alle urne il 41 per cento degli elettori. Non si vede un barlume di cambiamento. Disincanto e repulsione ormai dominano nella coscienza comune. Vince la corsa dei più spregiudicati verso l'intruppamento nelle clientele politiche, in cerca di protezione e vantaggi, o il cedimento alle estemporanee lusinghe clientelari, mentre i giovani sono assenti, inerti o perduti dietro miti e chimere, creati ad arte, quando non sono preda dell'alcol, della droga, del nichilismo, della violenza e del malaffare.


La notizia che ci dà il Sindaco Piazza in sé è estremamente positiva e come trabiesi gliene siamo grati. Ma il lavoro più difficile è quello da fare sul tessuto sociale, cioè sulle famiglie, sugli studenti, sull'associazionismo e il volontariato, da parte, in primo luogo, delle istituzioni locali, per non ritrovarci tra dieci anni, di nuovo, con gli scheletri e i ruderi delle opere oggi ricostruite.







postato da: soprana alle ore 22:20 | link | commenti
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sabato, 31 maggio 2008

IL NUOVO CLIMA POLITICO

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Il clima nuovo instauratosi tra Governo, maggioranza e opposizione, insieme alla scelta decisa verso un bipolarismo semplificato delle maggiori forze politiche di entrambi gli schieramenti, sono novità confortanti che lasciano ben sperare in un recupero di responsabilità della classe politica nell'affrontare con obiettività i gravi problemi della società italiana. La speranza è che questo nuovo modo di rapportarsi tra le forze politiche si consolidi e porti al definitivo abbandono delle logiche dello scontro e della demolizione delle posizioni dell'avversario in una atmosfera di incandescente faziosità; logiche che hanno influenzato e frenato l'azione dei governi che si sono susseguiti negli ultimi anni. L'aria era divenuta irrespirabile. Veleni, sospetti, dietrologie, malignità, accuse clamorose, insulti, volgarità, insomma faziosità a tutto spiano, avevano reso impossibile ogni dibattito democratico sui problemi veri da affrontare e sulle possibili soluzioni. Eravamo stufi dell'intollerabile, reciproca contestazione pregiudiziale e acritica di ogni proposta avanzata dall'una o dall'altra parte politica. Il risultato era un Paese spaccato su tutto, dalle cose importanti, come le riforme costituzionali, alle cose più minute di ogni giorno, come le prestazioni dei servizi pubblici essenziali. Ciò che era bianco per me era nero per te, senza la benché minima possibilità di serena valutazione di fatti e personaggi.


Le cause di un tale stato confusionale del Paese sono note; esse vengono da lontano. Ne accenno solamente. L'impossibilità, per oltre quarant'anni, di una democratica alternanza di governo, per via della pregiudiziale comunista, portò ad un sistema democratico bloccato, basato sempre più sul clientelismo, sul consociativismo e sullo strapotere dei partiti, che, specie per il loro finanziamento, usavano la più sfacciata disinvoltura. Tangentopoli fece giustizia del marcio provocato da politici senza scrupoli.. L'azione coraggiosa della magistratura fu unanimemente applaudita, ma portò alla scomparsa dei partiti di maggioranza e alla creazione di un pericoloso vuoto politico. Con una tempestiva iniziativa l'imprenditore Silvio Berlusconi, padrone di una delle due componenti del duopolio televisivo italiano, con la task force della sua organizzazione d'impresa, occupò con un suo partito tale vuoto, chiamando a collaborare forze politiche di destra fino ad allora tenute ai margini della vita democratica, il MSI e la Lega del Nord. Ne è scaturito un quindicennio all'incirca di clima politico arroventato in cui la lotta politica era avvelenata dalla reciproca delegittimazione dei due schieramenti in campo, il centrodestra e il centrosinistra. Le accuse incrociate di usurpazione, da una parte, e di comunismo strisciante, dall'altra, oscuravano ogni altro aspetto dell'agire politico. La situazione era poi complicata dal protrarsi del groviglio di azioni giudiziarie intentate dalla magistratura contro Berlusconi. e contrastate anche dal medesimo con una campagna mediatica di controaccuse verso i magistrati inquirenti, colpevoli, a suo dire, per ragioni politiche, di un presunto accanimento giudiziario nei suoi confronti. A questo punto, grazie alla influenza mediatica del ruolo di leader ricoperto da Berlusconi e alla disponibilità di micidiali mezzi di comunicazione, si verificò il paradosso di un clamoroso rovesciamento di fronte: i magistrati inquirenti da eroi divennero biechi persecutori e pericolosi giustizialisti. Cadde ogni sicuro punto di riferimento morale per ciò che erano stati i comportamenti anomali dei politici e di coloro che stavano loro intorno. Così la politica come rissa permanente, con conseguente scadimento della prassi, del costume democratico e, quel che è peggio, dell'immagine dell'Italia all'estero, è andata in scena quotidianamente inquinando ogni azione e ogni giudizio sull'attività dei governi che via via si sono alternati alla guida del Paese.


Il clima politico era ulteriormente reso insopportabile dall'eccessivo grado di litigiosità all'interno delle due coalizioni, che spesso erano o causa di interruzione della legislatura o di vita difficile per i governi che riuscivano a resistere.


Con la costituzione del Partito Democratico e relativo cambio di leadership, con l'ennesima caduta di un governo in carica a causa dell'endemica eterogeneità dello schieramento che lo sosteneva, con la creazione, di riflesso, nel centrodestra, di un nuovo soggetto politico, e la vittoria del medesimo alle elezioni politiche, tutto questo unito alla consapevolezza della necessità di una nuova legge elettorale e della indifferibilità delle riforme costituzionali da attuare con largo consenso, si sono prodotte le giuste condizioni per l'apertura di un dialogo serio tra maggioranza e opposizione e per l'introduzione di un clima di responsabile cooperazione nei reciproci rapporti. Finalmente il comune cittadino ha visto trattare i fondamentali temi della politica italiana con prudente e condivisa responsabilità. La sicurezza, il disagio economico delle famiglie, le infrastrutture, i rifiuti non sono né di destra né di sinistra, si sente dire ad ogni piè sospinto, sintomo di un approccio sereno e il più possibile realistico ed obbiettivo ai grandi problemi del Paese. Tutto il ciarpame dei ridicoli travisamenti, dei pregiudizi, dell'infantile spirito di contraddizione è stato buttato alle ortiche e speriamo che ci rimanga. Il Paese attraversa una delle fasi più difficili degli ultimi decenni. Ha bisogno dell'impegno di tutte le forze politiche, ognuna nel suo ruolo, in una ricerca approfondita delle soluzioni migliori ai problemi che l'affliggono.


Giustamente Papa Benedetto XVI si è compiaciuto di questa nuova atmosfera politica: "Avvertiamo con particolare gioia i segnali di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo. Esso è legato al profilarsi di rapporti più sereni tra le forze politiche e le istituzioni, in virtù di una percezione più viva delle responsabilità comuni per il futuro della Nazione". Con il risvolto di qualche evidente velleità di strumentalizzazione della posizione della Chiesa in favore della parte politica in questo momento al potere.


Si consoliderà questo provvidenziale cambiamento o alla prima occasione, in cui saranno in gioco interessi forti dell'una o dell'altra coalizione, tutto cadrà come un castello di carta?




postato da: soprana alle ore 11:18 | link | commenti (3)
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sabato, 24 maggio 2008

IL TRENO PER TERMINI

Per Pino Castello


Ogni mattina prendevamo il treno alla stazione per raggiungere le scuole a Termini Imerese. A Trabia c'erano soltanto le Elementari. Non avevano neanche l'onore di un proprio edificio e di un direttore didattico. Infatti non vedemmo mai un super maestro comandare i nostri maestri, anzi non sapevamo neanche che esistesse una simile figura nella scuola. Avevamo paura solo dei nostri insegnanti, che, di certo, non scherzavano quanto a bacchettate e a colpi di sbarre di sedie sulla pianta delle mani. Il nostro invisibile direttore stava a Termini (l'abbiamo saputo dopo), in un grande palazzo zeppo di aule e di uffici, circondato dalla rispettosa considerazione di insegnanti e bidelli e dalla soggezione dei poveri alunni del posto. Per me e i miei compagni, Franco Invidiata, Tano Paterniti, Fifì Lo Bue, Ignazio Palmisano, Franco Farruggia, Nino Di Vittorio, Totò Di Vittorio (Sacch'ivastuna), Ciccio Battaglia, Dino Battaglia, Felice Bevilacqua ed altri, la scuola era una grande stanza a pianterreno nel palazzo dei Gattuccio, sullo 'Stratuni', quasi all'inizio della 'Favara'. I nostri insegnanti erano, per prima, la maestra Cutino, seria in viso, severa e dominatrice, poi il maestro Gattuccio, burbero e picchiatore, e ultimo un maestro, di corporatura fine, statura media, vestito sempre di tutto punto, in giacca, cravatta e cappello, più blando degli altri, ma si faceva rispettare. All'orario d'entrata i nostri occhi speranzosi erano rivolti alla curva della Matrice per vedere se spuntava il maestro con la sua bicicletta, proveniente da Termini. Capitava qualche volta che non spuntasse: ore 08,30, 08,45, 09,00 (scandivamo il tempo mentalmente: nessuno di noi possedeva un orologio). Felicità! Oggi vacanza! Era tempo di guerra o giù di lì: non doveva essere facile trovare un supplente.  Alle scuole superiori di Termini le cose cambiarono radicalmente. Per arrivarci bisognava fare un vero e proprio viaggio. Fagotto dei libri allacciati con un elastico di gomma, ultime raccomandazioni e bacio della mamma in fronte, all'attaccatura dei capelli, e via di corsa alla stazione. Al mio primo anno di ginnasio la mattina eravamo pochini sulla banchina a chiacchierare e a scherzare in attesa del treno di Palermo, che s'annunciava con un fischio e una nuvola di fumo uscendo dalla galleria nei pressi del passaggio a livello, dopo essere stato segnalato sul percorso San Nicola-Trabia da un lungo trillare del campanello elettrico. Due minuti e l'ansito possente della locomotiva e lo sferragliare dei vagoni si arrestavano sul secondo binario. Di solito uno dei macchinisti, col suo berretto a tesa anteriore lunga, sudicio di fuliggine, col viso nero come il carbone, rimaneva ad osservare la scena dei viaggiatori che si accalcavano per salire sul treno. L'altro cavava palate di carbone dal vagone di scorta e le buttava dentro la caldaia. Il capostazione col cappello rosso , il fischietto e una specie di trombetta, usciva dalla cabina di comando e si fermava a metà convoglio per vigilare sui partenti, incitare a fare presto e, al segnale del capotreno, soffiare nel fatidico fischietto. Il macchinista immediatamente iniziava ad azionare la leva di avvio e di accelerazione della locomotiva. Il treno, sbuffando, sprigionando candido vapore e rumorose emissioni di denso fumo, cominciava a muoversi e a prendere velocità. Dapprincipio, fine anno 1947, non è che era semplice per me salire sul pavimento del carro bestiame. A metà altezza c'era una specie di appoggio di ferro, molto corto, senza alcun appiglio per sollevarsi, eccetto che una longherina di ferro a traverso la porta aperta, un po' alta per agganciarla. Mi aiutava a salire qualche pio compagno di viaggio dandomi la mano. L'anno successivo comparve qualche vetture di terza classe con sedili e schienali di duro legno ma ci sembrava di viaggiare nei lussuosi direttissimi che vedevamo a volte al cinema. Alla stazione di Termini ci aspettava la traversata della città bassa e la interminabile scalinata che portava a Termini alta. Un bel tragitto che noi ragazzi facevamo in leggerezza ma che toglieva il fiato a più di uno degli impiegati pendolari. Settembre 1953, ero un veterano degli studenti viaggiatori. Tra i nuovi compagni di viaggio notai subito un ragazzo biondo, altezza sul metro e 70, fisico asciutto, capelli corti alla mascagna, un viso dai lineamenti regolari e la pelle candida, occhi azzurri. Si chiamava Pino Castello. Era accompagnato dalla sorella Maria, una brunetta, dal viso fresco, sopracciglia scuri e delicati, un nasino da madonna, capelli castani corti, camicetta chiara, luminosa, giacchetta e gonna pochissimo sotto i ginocchi, che lasciava libere due gambe perfettamente modellate. Sapemmo che erano di Geraci. La loro famiglia faceva parte della colonia di geracesi che fin dagli anni Venti avevano acquistato centinaia di ettari di boschi e di pascoli o' Purtuni, sopra le mura del costone di montagna una volta di proprietà del Marchese Artale. Il ragazzo, dopo aver frequentato il Ginnasio in un istituto religioso, si era iscritto alla quarta ginnasiale del “Liceo-Ginnasio G.Ugdulena” di Termini. Fratello e sorella familiarizzarono subito con l'ambiente degli studenti. Pino divenne amico inseparabile di Nicola Lo Bue, un ragazzo dal carattere allegro, arguto, garbatamente ironico, estroverso e comunicativo. I due, insieme a Totino Pirrone e qualche altro, che non ricordo bene (viaggiava per Termini anche il futuro più volte sindaco Totò Piazza), formavano un manipolo a sé in quanto avevano due-tre anni di età meno di me e di Fifì Lo Bue, Franco Invidiata, Mimmo Pandolfo. Maria Castello s'integrò facilmente nel gruppetto di studentesse che viaggiavano con noi per Termini. Pino Castello aveva un carattere dolce, compagnone, portato alla condivisione; ascoltava le tirate semiserie di Nicola facendosi tante risate e, spesso, rincarando la dose nel sottolineare gli aspetti comici e paradossali dei racconti dell'amico. 'Cumpari' o 'cumpà' erano gli appellativi confidenziali che si scambiavano continuamente assieme ad espressioni colorite, forti, volutamente volgari e popolaresche ma che tra di loro erano solo segni di complicità e di affettuosità. Strette di mano esagerate, botte di “Cumpà, figghiu di buttana ca un si autru”, arguzie e scoppiettii di frasi ad effetto, contrassegnavano il loro rapporto specie nei momenti di maggior spirito e di surreale creatività verbale. Sapevano fare anche discorsi seri, s'intende; anzi a scuola e fuori si comportavano da ragazzi responsabili; in profitto superavano abbondantemente la sufficienza.




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VIAREGGIO, LEADER CERCASI

Leggo su un'importante enciclopedia che è leader chi esercita all'interno di un gruppo la massima influenza sugli altri membri del gruppo stesso, determinando ed orientando opinioni e atteggiamenti, indirizzando il comportamento dei membri del gruppo in determinate direzioni, ecc. Aggiungo: il leader politico deve possedere anche capacità di analisi e di percezione delle esigenze e delle istanze di una società, doti di aggregazione e di guida, attitudini progettuali e strategiche, abilità realizzatrici. Punto. Mi fermo; altrimenti la vocina dell'autoironia che, per fortuna non si allontana mai troppo, diventa un frastuono di campane. Non viviamo in un mondo ideale. Dove trovi un uomo capace di impersonare una tale figura di leader? Viareggio è una piccola città un po' (o molto) particolare. Il lembo di terra su cui sorge è stato baciato dalla natura. Ha una storia alle sue spalle che ne ha conformato nettamente le caratteristiche e il destino. La sua belle époque si è prolungata fino alle soglie del secondo conflitto mondiale. La sua strada è tracciata da lungo tempo: nautica e turismo, soprattutto turismo. Considerando i limiti di espansione della prima, il problema è uno solo: accrescerne la vivibilità e la forza di attrazione, cioè lavorare alla sua fruibilità e alla sua bellezza. Purtroppo nel dopoguerra inqualificabili amministratori e speculatori le hanno causato ferite e deturpazioni insensate. Si teme l'addensarsi di nuvoloni e di pericoli di nuove aggressioni edilizie. Viareggio ha urgente bisogno di leader politici dalle idee chiare e forti, capaci di suscitare consenso e fervore. Per arginare, in primo luogo, l'onda di avidità che la insidia. Ma la realtà è disarmante, il vuoto di leadership pauroso. Amministratori grossolanamente imposti dall'esterno si sono distinti per politiche contraddittorie, prive di una linea riconoscibile e condivisa, orientate vistosamente dal senso del potere, idonee solo a sperperare patrimoni di consenso popolare. I tentativi di nuove leadership non sembrano essere approdati a sbocchi esaltanti. Adesso l'elettorato, vigile e reattivo, ha scelto di imprimere una sterzata alla politica viareggina. Nascerà una leadership capace di guidare la città verso il suo naturale avvenire di centro turistico internazionale?




postato da: soprana alle ore 20:53 | link | commenti
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giovedì, 22 maggio 2008

A TONFANO IL TONFO DI UN PONTILE



Confesso la mia disattenzione: ho visto solo oggi il pontile di Tonfano. Giorni fa parlavo con un amico di quello costruito a Lido di Camaiore: Cercavamo di essere obbiettivi. Purtroppo un bipolarismo raffazzonato e rozzo, intriso di sciocca faziosità, ha educato (o diseducato) gli italiani a non esserlo: non di rado giudichiamo superficialmente male quel che è detto o fatto dalla parte politica a noi avversa e viceversa. Ma un'opera pubblica, come si dice, non è né di destra né di sinistra; sta lì a servire la collettività e a sfidare i decenni avvenire. Ce la cavammo, nel caso della discussione sul manufatto del Lido. con un rinvio del giudizio a dopo l'inaugurazione.


Ad un certo punto l'amico mi fulminò: “Ma l'hai visto il pontile di Tonfano?”. Una frustata al vuoto della mia ignoranza. Stamattina sono deciso a rimediare a questa mia lacuna. Inforco la mia fida bicicletta. In 15 0 20 minuti, o giù di lì (sono in discreta forma e viaggio in quarta marcia, anziché nella solita terza), metto piede sulla piazza di Tonfano, in tranquillità e sicurezza, grazie alla bella pista ciclabile costruita, coordinandosi, dai Sindaci di Camaiore e di Pietrasanta.


Giro gli occhi verso il mare. Che vedo? Una specie d'ingresso ad un castello medievale. Una rampa delimitata da massicci muretti (stavo per dire muraglioni) di pietra viva tenuta insieme da cemento. Faccio una decina di passi per vedere l'intero sviluppo del pontile. I muretti che salgono alla quota stabilita diventano dei veri muri, che tappano tutto sulla spiaggia, per diversi metri. Poi i muri cedono il passo ai piloni che continuano a reggere la passeggiata per un bel po', sempre sulla sabbia ( che in quel punto è bellissima, molto larga), fino ad inoltrarsi sul mare, non so, ad 80-90 metri dalla battima. I piloni sono robusti perché debbono sostenere un piano di calpestio di spessore ragguardevole, che crea una larga striscia di cemento su cui impatta lo sguardo che per disavventura dovesse posarvisi. Avete presente i viadotti dell'autostrada che corrono a poca altezza sulla pianura?


Ecco, questa è stata la mia immediata impressione. Dov'erano, e dove sono, le autorità che per compito istituzionale hanno il dovere e l'obbligo di tutelare l'ambiente (naturale e paesaggistico) e fermare l'invadenza di coloro che hanno un'idea distorta del business turistico e la voglia matta di lasciare un'impronta sul corpo fisico e nella storia della Versilia? Riprendo la mia bici.


Appena in sella scalo la marcia alla terza. Sarà l'età... ma la pedalata non brilla per energia e agilità.




postato da: soprana alle ore 14:33 | link | commenti
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mercoledì, 21 maggio 2008

AMMINISTRAZIONE E CONSENSO

Con l'articolo “Consenso smarrito”  traggo alcune considerazioni sulla principale causa della confitta del centrosinistra alle elezioni comunali del 27-28 aprile a Viareggio. Il deficit di consenso che ha accompagnato negli ultimi anni l'azione dell'Amministrazione comunale ha eretto uno steccato tra la medesima e l'elettorato. Credo che oggi la credibilità di una compagine si misurI anche sul grado di partecipazione riconosciuto alle varie espressioni rappresentative della cittadinanza. Il potere non può più rimanere chiuso nel Palazzo ma deve dare spazio al dialogo e ai fermenti della comunità. Non aver colto l'incidenza di questa istanza sulla stabilità del consenso popolare ha determinato la secca sconfitta degli eredi dell'amministrazione uscente. Questo discorso penso che valga per la stragrande maggioranza degli enti locali.  Il pubblico trabiese, come del resto succede in molti comuni del mezzogiorno, sconta la ritrosia derivante da una concezione arcaica del rapporti col potere pubblico. Stenta a fare un passo avanti sulla via che può portarlo dalla condizione di 'suddito' a quella di 'cittadino' vigile ed esigente. La proposizione del seguente articolo su una crisi di consenso in altro contesto vuole avere il significato di uno stimolo proiettato alla costruzione di una coscienza civica in seno alla comunità di Trabia.




IL CONSENSO SMARRITO




Il consenso si conquista giorno per giorno. Il politico di razza lo sa bene. Penso alla figura di Paolo Barsacchi. Qualcuno dice con convinzione: dopo di lui il vuoto. Ma è ingeneroso per tanti onesti e capaci amministratori che gli sono succeduti. Aveva una straordinaria capacità di attrarre e coinvolgere la gente. Il suo ufficio era aperto a tutti e il cittadino aveva sempre la precedenza su amministratori e dipendenti. Sapeva mettere a frutto e valorizzare le professionalità dei collaboratori. In ufficio ci stava il tempo necessario. Poi fuori, a rendersi conto di lavori e servizi, ad ascoltare le persone, con cui entrava subito in confidenza. In Passeggiata lo circondava sempre un nugolo di gente con cui discuteva pacatamente (come si dice oggi) dei problemi della città. I passanti erano bene accolti e sollecitati a dire la loro opinione. Con l'istinto e con la testa era costantemente proteso a catturare il consenso. Certo, è assurdo pretendere in tutti gli amministratori il talento politico di un Barsacchi. Però un fatto è certo: oggi bisogna moltiplicare gli sforzi per ottenere una fiducia che prima, per buona parte, veniva offerta sul piatto d'argento dell'appartenenza ideologica. L'operaio passa tranquillamente da Rifondazione alla Lega o ad An. Giudica dai programmi e dai fatti. Nessuna delega ormai viene rilasciata in bianco. Oggi il consenso corre sui singoli atti di una amministrazione. Non si governa avendo contro l'opinione pubblica; tanto più che a Viareggio si è evidentemente in una fase di democrazia avanzata. Ne sono indizi chiarissimi gli innumerevoli comitati cittadini, lo sviluppo dell'associazionismo, la ricchezza del volontariato, il dibattito acceso su tanti temi, la facilità con cui si creano movimenti, mobilitazioni, raccolte di firme, l'istinto dell'ironia e della satira che si sfoga gioiosamente nel Carnevale (non quello ufficiale e paludato). In una parola esiste una grande voglia di partecipazione. Paradossalmente, di fronte ad una simile realtà, negli ultimi anni, abbiamo visto un Palazzo chiuso, sicuro delle sue scelte, insofferente alle critiche, lontano dalla gente, le decisioni prese in orgogliosa solitudine e imposte, sia pure col passaggio in assemblee però dominate da amministratori e consulenti. Così sono nate le guerre della passerella, dei capannoni al Latino-americano, della vendita della Passeggiata, dei cambiamenti al Carnevale, degli extracomunitari alla Lisca e poi in via Matteotti, del regolamento del referendum (caparbiamente non approvato), delle quattro torri del teatro pucciniano, della bonifica della zona ex gasometro, della potatura dei lecci di via Indipendenza ridotti a moncherini, del regolamento urbanistico, del piano della sosta imposto contro il volere di cittadini, di associazioni e di tutte le categorie economiche, dell'escalation del numero delle aziende pubbliche e dei relativi amministratori. Col consenso popolare sotto i piedi sono passate in ombra, di conseguenza, le importanti opere che pure venivano realizzate, quali il teatro pucciniano, le fognature, il piano regolatore del porto, il restauro dei palazzi pubblici, il Museo della marineria, Villa Borbone, il decollo a livello internazionale del Festival Pucciniano, la messa a norma delle scuole, l'abbattimento delle barriere architettoniche, la sistemazione della Biblioteca comunale, la Pinacoteca d'Arte Moderna e Contemporanea, le piste ciclabili, il riordino del Vialone.








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venerdì, 16 maggio 2008

NINO DI VITTORIO

 Col compagno di scuola Nino Di Vittorio mi misuravo tutti i giorni a “campo e sfida”. Aveva un fisico non appariscente, ma robusto e muscoloso. Era veloce e scattante, la bestia nera degli avversari; la sua presenza in campo uno spettacolo. Imprendibile in fase difensiva, incontrastabile in quella offensiva. I suoi dribbling ubriacavano chi gli stava di fronte. Inutile inseguirlo o catturarlo; lui schizzava e vanificava ogni tentativo di bloccaggio. Nel medesimo tempo era l'angelo vendicatore dei suoi compagni in prigione: un guizzo ed erano liberi. Così ricomponeva continuamente il potenziale della sua squadra, la quale si riproponeva contro gli avversari con forze sempre rinnovate. Io militavo per forza nella squadra competitrice. Ero l'unico che s'avvicinava alla sua velocità e alla sua grinta, ma non ai lampi dei suoi scatti. Impossibile giocare insieme: non ci sarebbe stata partita per gli altri contendenti. Forse per questo eravamo amici inseparabili. Il teatro dei nostri giochi e delle nostre scorrerie erano le vie intorno allo 'stratuneddu', via Vaianisi, via Tusano, il piazzale della Chiesa, la scalinata. Con me parlava volentieri; ci divertivamo molto. Ho imparato qualcosa da lui. Era osservatore e intelligente, più avanti degli altri nello sviluppo intellettivo. Dopo le elementari io mi preparai con la maestra Dentici, moglie del maestro Gattuccio, brusca ma bonaria come il marito, e feci gli esami di ammissione al ginnasio. Non fummo più compagni di scuola; credo si sia indirizzato alla Scuola di avviamento, ma trascorrevamo lo stesso molto tempo insieme.  Da adolescenti facevamo i nostri strusci in Corso La Masa facendo accanite discussioni e buttando le prime occhiate sulle ragazzine a passeggio (allora si poteva, non c'erano le auto). Eravamo bravi anche a 'bazzica', al bigliardo, e a ping pong. A lui devo una scoperta importante per me: la letteratura del Novecento. Quindicenni, un giorno mi parlò di un libro e dei suoi aspetti pruriginosi, “Gli indifferenti” di Alberto Moravia. Me lo prestò e mi ci buttai a capofitto. L'intrico di rapporti sessuali e di bassi interessi di una media borghesia meschina e grossolana ci fece aprire la mente sul sesso e sul mondo degli adulti. Ci passammo altri libri. Leggemmo anche “Ossi di seppia”di Eugenio Montale, sforzandoci di capirci qualcosa. Un'enorme impressione ci fece “Un uomo finito” di Giovanni Papini, in cui è tracciato in modo cupo ed esasperato l'itinerario intellettuale dell'autore, la sua ribellione e il desiderio folle di affermazione dell'io. Bazzicavamo un po' al tabacchino d'angolo della strada della scalinata e della via principale del centro di Termini alta, dove erano esposti tanti bei libri, tra cui spiccavano quelli della collezione BMM della Mondatori. con copertina rigida, giallina e riquadro dorato in alto col nome dell'autore e titolo, sopraccoperta dello stesso colore con riquadro rosso, caratteri in bianco e risvolti. Poi cominciammo a frequentare il Supercinema di Termini. Una o due volte la settimana, quando avevamo qualche centinaio di lire in tasca, montavamo sull'autobus e scendevamo a Termini bassa dove avevano costruito questo cinema da sogno. Le file di poltroncine tappezzate, in leggera pendenza, le pareti e il soffitto illuminati a luce soffusa, lo schermo laggiù, immenso, le maschere in livrea, ci trasportavano in un altro mondo. I film erano tutti di prima visione e di qualità. In quel cinema abbiamo visto tanti film americani ma anche i capolavori della commedia all'italiana. Fellini ci faceva venire i brividi. Film, registi, attori erano divenuti pane quotidiano dei nostri discorsi. Un pomeriggio abbiamo avuto una sorpresa: nell'ultima fila di poltrone erano seduti, uno accanto all'altra, Gian Maria Volonté e Carla Gravina. Si sbaciucchiavano beatamente. Ce ne siamo accorti nell'intervallo a luci accese. Dei vicini di posto bisbigliavano che stavano girando un film nei dintorni di Termini e a Cefalù. A noi non ci sembrava vero. Due dei nostri divi più amati si trovavano a due passi da noi in carne ed ossa! Incredibile! Ci guardavano stupiti del nostro stupore. Poi accennarono ad un saluto con la mano. Queste consuetudini proseguirono per anni. Poi io partii per lavoro. Egli s'impiegò all'Ospedale dei bambini di Palermo. Ci rivedevamo di tanto in tanto ai miei rientri in paese. Notavo la sua totale dedizione alla famiglia.

P.S. Ciao,Nino.


Sentite condoglianze alla sua Famiglia.


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martedì, 13 maggio 2008

"CAMPO E SFIDA"

 

“Campo e sfida” è un vecchio gioco di squadra per ragazzini forti e tosti (9-13 anni circa), basato su velocità, capacità di accelerazione e di scatto, tempestività, abilità di manovra e di esecuzione. Si praticava a Trabia negli anni Quaranta. Luogo deputato per eccellenza era il Palco della Favara (piazza Lanza) in quanto perfetto per lunghezza, larghezza e comodità di appoggi, per via delle funzionali balaustre che lo delimitavano. Adesso questo manufatto è un po' ridimensionato. Le partite si svolgevano mezz'ora prima dell'entrata a scuola e spesso di pomeriggio, se si riusciva a mettere insieme il prescritto numero di giocatori. Regola principale del gioco: chi dalla linea, diciamo, di meta si proiettava in campo dopo l'avversario aveva il vantaggio di poterlo affrontare in dribbling offensivo e di inseguirlo per toccarlo e farlo prigioniero. Si tirava a sorte tra le due squadre per scegliere il campo o la sfida. Agli sfidanti spettava la prima mossa. La squadra a cui toccava il campo lo doveva difendere dalle incursioni degli avversari e, se possibile, contrattaccare. La vittoria si conseguiva con l'attraversamento della linea di meta avversaria o prendendo prigionieri tutti i giocatori della squadra competitrice. La difesa consisteva nell'intercettazione degli avversari a mezzo di contatto fisico. I prigionieri doveva attaccarsi alla balaustra, stare fermi facendo una catena con le mani e attendere di essere liberati. I prigionieri di una squadra stavano alla balaustra posta alla sua destra, sul tratto più vicino; quelli dell'altra analogamente alla balaustra di fronte. La partita iniziava con l'attacco di uno sfidate che non poteva fare altro che stuzzicare gli avversari in quanto in quel momento la linea di fondo era difesa dall'intera squadra, 5 o 7 membri, ben decisi a vendere a caro prezzo la propria pelle. Attraversata la metà campo di solito gli andava contro un avversario, che gli si avvicinava per piazzare al momento giusto il suo scatto, toccarlo e farlo prigioniero. Se il primo giocatore era abbastanza veloce e sapeva rispondere allo scatto sfuggendo al contatto zigzagando, poteva attirare il contendente nella propria metà campo ed esporlo alla zampata di un suo compagno. In questa lotta tra inseguitore e inseguito, in caso di pericolo per il primo, interveniva un secondo difensore per affrontare il secondo sfidante. Se il primo difensore non riusciva a toccare il suo avversario, si sottraeva al pericolo di cadere prigioniero rientrando alla propria linea di meta e ricostituendo così la forza d'urto della squadra per gli ulteriori attacchi. A questo punto poteva intervenire il terzo sfidante in difesa del secondo e poi viceversa, il terzo difensore contro il terzo sfidante. Ad un certo punto attacchi e rientri si susseguivano. L'inseguitore poteva insistere non dando scampo alla sua preda ma doveva guardarsi bene dagli avversari sopravvenienti. I dribbling spesso miravano a spiazzare l'avversario per fiondarsi sui propri compagni prigionieri, toccarli e liberarli. E così via. Nella lotta fatta di inseguimenti e di scontri nel rispetto della regola, ripeto, del vantaggio di chi si faceva sotto per ultimo, poteva accadere che una squadra si ritrovasse decimata e alla mercé dell'altra. In tal caso venivano fatti prigionieri gli ultimi avversari o si violava la linea di meta. L'asprezza della lotta si misurava sia nella fase di cattura degli avversari che in quella della liberazione dei compagni prigionieri. Francamente non conosco l'origine di questo gioco. La sua connotazione,un po' guerresca, mi fa pensare a qualche connessione col mondo dei militari, anche perché si stava uscendo dalla guerra e via via si entrava in un duro dopoguerra. L'avranno portato le truppe americane? Può darsi che a Trabia ci sia qualcuno che ne sappia qualcosa.


Parlare di questo gioco mi serve ad introdurre il ricordo del mio caro amico NINO DI VITTORIO che ci ha lasciato pochi giorni fa.


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domenica, 11 maggio 2008

LE MACCHINE CI RUBANO LA VITA











Ieri mattina percorrevo via Puccini con la mia fida bicicletta. All’improvviso un acuto stridore di gomme d’auto in frenata, dietro le mie spalle, ha bloccato istintivamente la mi corsa e mi ha fatto girare indietro. Un bambino di 3-4 anni era a pochi centimetri dal paraurti di una macchina, mentre con un grido lacerante la mamma lo afferrava e se lo stringeva al petto coprendolo di baci e gridando parole, insieme, di disperazione e di conforto.


Un attimo, e una signora attempata irrompeva dalla porta di casa urlando e chiedendo che era successo al bambino. Alla guida della macchina c’era una signora cinquantenne; al suo fianco un uomo più giovane che immediatamente è sceso dalla macchina ed è andato ad aprire la portiera della guidatrice. La signora era inerte sul sedile, sotto shock.


Dopo un pò è uscita lentamente dalla macchina e si è appoggiata sul cofano di un’auto lì parcheggiata, piangendo a dirotto. Il giovane la confortava amorevolmente. Il bambino era sempre stretto al petto della mamma che continuava a baciarlo dicendo: “Mi è scappato! Non è successo niente! Niente!” Io guardavo impietrito la scena. Mi è venuto un groppo alla gola. Sarò vecchio, ma due lacrime mi sono scese sul viso. Bastava un attimo, e il bimbo poteva essere morto.


Io buona parte della mia infanzia l’ho passata giocando sulla strada. Gli idolatrati mostri meccanici non se n’erano ancora impadroniti. Le macchine ci rubano la vita.


 
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venerdì, 09 maggio 2008

IL "SICILIANO" PARLATO DAI COMPAESANI D'OLTREOCEANO

 

La lingua siciliana può essere un tramite nei rapporti tra i trabiesi emigrati, e i loro figli e nipoti, e la loro città d'origine. Sono indispensabili a questo scopo anche organismi associativi che mirino a mantenere, rafforzare, e in tanti casi a creare, questi rapporti. Tutto è demandato alla spontaneità di questi nostri fratelli lontani e delle loro famiglie. In qualche località esiste un centro di socializzazione: serve, tra l'altro, a tenere vivi i sentimenti di affetto verso la terra natia e a non smarrire la propria identità. E' il caso di San José, California. Qui è attivo un Club denominato “Sons of Sicily”. Quasi tutti gli oriundi trabiesi vi si sono iscritti. E' frequentato anche dagli altri siciliani residenti in città e nei dintorni. Ci sono sale per conversazioni, sale per i giochi e sale per iniziative collettive. Vi si svolgono cene, tornate di bingo, serate di ballo, piccole rappresentazioni sceniche, feste per bambini, feste per il debutto di adolescenti, celebrazioni di ricorrenze, i festeggiamenti di Natale, eccetera. Vengono organizzate gite e viaggi turistici, scampagnate, picnic. Non mi risulta però che si siano organizzati viaggi per la Sicilia. Nel Club si parla siciliano, con qualche frangia di siculo-inglese e di inglese da parte dei più giovani. Infatti non tutti i figli e i nipoti dei nostri compaesani emigrati sono in grado di parlare in siciliano. Magari lo capiscono, ma parlarlo per loro è un'impresa. I ragazzi stanno poco in casa; da bambini frequentano le scuole materne e le primarie, poi le high schools. Il padre è quasi sempre al lavoro. E' la mamma, e a volte i nonni, la fonte del loro fragile siciliano. Da parecchi anni è venuta in aiuto RAI International con i suoi programmi di attualità e di sport. So che i nostri connazionali la seguono con assiduità. Non so se è così anche per gli italiani della seconda e terza generazione. Mi è capitato curiosamente che parlando al telefono con un amico o un parente d'oltreoceano fossero loro a informarmi dell'esito delle partite di calcio italiane o delle gare della Formula uno svoltesi in giornata. Ho un rammarico. Alcuni anni fa sono stato a San José, ma il programma era fitto di escursioni e quasi sempre sono stato fuori di San José, a San Francisco, a Los Angeles, Las Vegas, Lake Taoe City, Reno, Nevada City, Carson City, Auburn, Pacifica e in altri posti. Il tutto dovuto alla generosità e alla gentilezza di un amico d'infanzia. Non ho avuto tempo di incontrare la comunità trabiese. Se il medesimo caro amico me ne darà l'OK in seguito accennerò a questo viaggio. Chissà se in futuro... Sarà difficile. Non ho notizie dell'esistenza di una associazione che comprenda gli emigrati della provincia di Palermo, come, per esempio, l'aAssociazione “Lucchesi nel Mondo” che riunisce quelli della Provincia di Lucca, molto attiva nell'organizzare viaggi, incontri, feste, per alimentare scambi, amicizie, legami nel nome della terra da cui sono partiti per la loro avventura migratoria.


 


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